Sterilizzazione

Molti degli strumenti utilizzati dal dentista sono monouso. Questa soluzione dovrebbe essere adottata ogni volta che è possibile. Rientrano in questa categoria per esempio gli aghi per anestesia, i bicchierini, le pettorine, i rulli di cotone, le mascherine, i guanti, e molti altri materiali di uso comune.

Ma altrettanti sono gli strumenti che invece devono essere riutilizzati perchè il loro costo è così alto da costituire un vero e proprio “patrimonio” dello studio e non possono essere ricomprati dopo ogni singolo utilizzo. Per esempio manipoli e turbine rientrano in questa categoria (quello che i pazienti comunemente chiamano “trapano” del dentista), pinze, leve, courette, e tutta una lunga serie di strumenti manuali o elettrici che vengono usati quotidianamente dal dentista.

Le modalità con cui deve essere effettuata la sterilizzazione degli strumenti nell’ambito di uno studio dentistico sono abbastanza standardizzate a livello mondiale. Utilizzando queste modalità si riduce al massimo il rischio delle cosiddette infezioni crociate.

L’insieme di tutte le attività finalizzate alla sterilizzazione degli strumenti costituisce il ciclo di sterilizzazione. Le fasi salienti sono le seguenti: riordino, detersione manuale, ultrasuoni, asciugatura, imbustamento, autoclave, stoccaggio.

Servono apparecchiature specifiche per ognuna di queste fasi. In linea generale quelle indispensabili sono autoclave, imbustatrice, vasca ad ultrasuoni. Alcune di queste apparecchiature sono particolarmente costose e devono anche essere sottoposte a manutenzioni e controlli piuttosto onerosi.

Il tempo di sterilizzazione degli strumenti è difficile da standardizzare se si fa riferimento a tutto il ciclo, cioè dal riordino della poltrona al momento in cui gli strumenti ritornano nel cassetto pronti per un nuovo utilizzo sicuro. Tutto dipende anche dalla numerosità del personale a disposizione dello studio, ma anche dal livello organizzativo interno. Per avere una idea di massima possiamo dire che nel nostro studio le attività di riordino e sterilizzazione degli strumenti occupano circa il 25% delle attività cliniche. Quindi circa un quarto del tempo dedicato ad un paziente si perde in attività legate alla sterilizzazione degli strumenti e alla detersione delle superfici.

 

Come funziona l’autoclave?

L’autoclave è uno strumento formato da un corpo con all’interno una camera divisa in settori sovrapposti ove riporre i vassoi contenitori del materiale imbustato da sottoporre al processo di sterilizzazione.

Nelle autoclavi per sterilizzazione a vapore, l’azione microbicida è data dal calore. L’acqua viene fatta bollire in pressione, creando vapore saturo, che va a condensare sul carico da sterilizzare, riscaldandolo.

Per garantire che il vapore raggiunga in maniera efficace tutte le parti del carico, è necessario rimuovere l’aria dalla camera di sterilizzazione, in quanto questa crea delle zone più fredde nelle quali la temperatura potrebbe rimanere al di sotto di quella di sterilizzazione.

Se l’autoclave viene caricata con carichi confezionati, è necessario che al termine della sterilizzazione sia in grado di asciugare il carico in modo da minimizzare il contenuto delle condense. Una presenza elevata di condense può infatti far decadere l’effetto barriera della confezione (che in genere è fatta di carta o tessuto) e favorire la crescita di substrati batterici. Lo standard per la sterilizzazione in ambiente di laboratorio è di 20 minuti a 121 °C alla pressione di 2 bar.